Oggi passaggio di consegne a Viale dell'Astronomia
Bilancio di una presidenza tra Luca e ombre
E’ sempre complicato giudicare con obiettività i risultati raggiunti, anche perché non è semplice nel caso del presidente uscente di Confindustria individuare un chiaro indicatore di successo o di insuccesso in considerazione della varietà di ruoli che ha tentato di interpretare. di Giovanni Tria LCdM è stato uno dei terminali naturali del campo di forze generato dalla lunga transizione che in Italia ha investito la classe dirigente non solo politica. di Marco Ferrante

Luca di Montezemolo esce di scena, come primo attore confindustriale. Si chiude un quadriennio che si era aperto con la mano tesa al sindacato in generale e in modo specifico a quella Cgil che aveva fatto della opposizione pregiudiziale al governo Berlusconi, allora in carica, e alle riforme del mercato del lavoro dello stesso governo, la sua caratteristica identitaria. Si chiude nei giorni di esordio del nuovo governo Berlusconi.
E’ sempre complicato giudicare con obiettività i risultati raggiunti, anche perché non è semplice nel caso del presidente uscente di Confindustria individuare un chiaro indicatore di successo o di insuccesso in considerazione della varietà di ruoli che ha tentato di interpretare. Il ruolo svolto da Luca di Montezemolo in questo quadriennio di presidenza non è, infatti, riducibile a quello di rappresentanza degli interessi di categoria. Se è esagerato parlare di conflitto di interessi, certamente troppi interessi a volte in conflitto lo hanno visto protagonista diretto o indiretto. Nei rapporti con la politica, egli ha rivendicato la fine del parallelismo confindustriale, per far spazio, tuttavia, più che alla neutralità politica a una presenza personale oscillante tra il coinvolgimento diretto e il ruolo di organizzatore di un ricambio politico salvifico. Forse troppo autosuggestionato dall’attenta costruzione mediatica del suo carisma. La svolta confindustriale fu certamente uno dei fattori di difficoltà dell’ultima parte del governo Berlusconi nella precedente legislatura, anche perché ne indebolì la componente più riformista invece che rafforzarla. Era l’epoca della retorica del declino economico, cavallo di battaglia delle analisi confindustriali, che motivava l’appello al paese da capo politico che guarda agli interessi generali e richiama “a fare squadra”. Ma sono gli stessi anni dell’attacco a Fazio, a Unipol, ai furbetti del quartierino, della difesa del controllo di Rcs e del risiko bancario. Non siamo i cultori delle dietrologie sui poteri forti, ma il vero nodo che poteva interessare l’universo confindustriale, e non solo quello di una componente, e cioè l’intreccio di interessi industriali nella gestione delle banche, non fu affrontato con altrettanta determinazione.
Si deve dare atto a Montezemolo che anche i rapporti con il governo Prodi, la cui vittoria contro Berlusconi non gli era stata sgradita, non sono stati idilliaci. Irritava Prodi non tanto l’azione di sprone a una corretta politica economica quanto l’impressione sempre presente che il presidente di Confindustria lavorasse al superamento del suo governo in direzione di ipotesi centriste. D’altra parte anche l’attivismo prodiano nel rafforzamento della sua rete di potere nell’economia non era gradito, come nella vicenda Telecom, al vertice della Confindustria. Ma la storia non è mai solo il frutto di oscuri complotti. E’ in ciò che accade alla luce del sole che è necessario cercare le ragioni delle svolte politiche e delle vittorie e sconfitte dei suoi protagonisti. E nell’ultimo decennio due fenomeni hanno caratterizzato l’economia italiana e il suo clima sociale: la scarsa crescita e l’aumento progressivo della disuguaglianza nella distribuzione del reddito. I due fenomeni sono connessi da legami di causalità. La scarsa crescita, in particolare della produttività media, frena la crescita dei salari. Ma la stagnazione dei redditi da lavoro, soprattutto dei redditi da lavoro dipendente rispetto agli altri redditi, pone dei gravi problemi per la crescita. E’ intorno a questo avvitamento recessivo che si innesta il problema fiscale da una parte e le paure e i pessimismi di fronte ai fenomeni della globalizzazione dall’altra. Va a onore della presidenza Montezemolo aver tenuto lontano la Confindustria dalle sirene del protezionismo e aver proclamato la sua fede nel libero commercio, nel valore della concorrenza e del mercato e nella liberalizzazione dei mercati e delle professioni. Ma sul piano più concreto, è riuscito a ottenere dal governo Prodi, più tradizionalmente, solo soldi, cioè riduzioni fiscali per le imprese a fronte di un aumento complessivo della pressione fiscale e della spesa pubblica. Tra riduzioni del cuneo fiscale (di cui non hanno beneficiato i lavoratori), dell’Irap e dell’Ires, i vantaggi fiscali per le imprese sono stati di quasi un punto di pil in due anni, mentre la pressione fiscale complessiva aumentava di due punti e mezzo. Chi ha pagato il conto?
Un successo solo apparente sul piano di legittimi interessi corporativi e per di più difficilmente spendibile per ottenere dal sindacato il via libera al mutamento del sistema contrattuale e per farne il compartecipe di una politica condivisa. E non è bastata come compensazione la sostanziale compiacenza confindustriale alla revisione peggiorativa della riforma delle pensioni. Un successo solo apparente perché l’esplosione della questione salariale è oggi un problema anche per il sistema delle imprese, tant’è che lo stesso Montezemolo, sul finale del mandato, si dichiara a favore di provvedimenti di riduzione fiscale anche a favore dei salari e una ulteriore riduzione del cuneo fiscale di cui possano beneficiare anche i lavoratori.
Si dirà che non si può imputare alla Confindustria una politica errata del governo, ma ha pesato su Luca di Montezemolo sempre quella maledetta impressione di proporsi non solo come rappresentante di legittimi interessi di parte ma come ispiratore di una politica per il paese con l’aspirazione a guidarne l’attuazione. Soltanto un’impressione certo, ma né Merloni né Pininfarina né D’Amato davano questa impressione. Al termine del mandato ha accusato, con argomenti anche in parte fondati, il sindacato del no, quindi principalmente la Cgil, affermando che i lavoratori sono più vicini agli imprenditori che ai sindacati. Forse è vero, ma di questo sembra averne beneficiato Berlusconi.
E’ sempre complicato giudicare con obiettività i risultati raggiunti, anche perché non è semplice nel caso del presidente uscente di Confindustria individuare un chiaro indicatore di successo o di insuccesso in considerazione della varietà di ruoli che ha tentato di interpretare. Il ruolo svolto da Luca di Montezemolo in questo quadriennio di presidenza non è, infatti, riducibile a quello di rappresentanza degli interessi di categoria. Se è esagerato parlare di conflitto di interessi, certamente troppi interessi a volte in conflitto lo hanno visto protagonista diretto o indiretto. Nei rapporti con la politica, egli ha rivendicato la fine del parallelismo confindustriale, per far spazio, tuttavia, più che alla neutralità politica a una presenza personale oscillante tra il coinvolgimento diretto e il ruolo di organizzatore di un ricambio politico salvifico. Forse troppo autosuggestionato dall’attenta costruzione mediatica del suo carisma. La svolta confindustriale fu certamente uno dei fattori di difficoltà dell’ultima parte del governo Berlusconi nella precedente legislatura, anche perché ne indebolì la componente più riformista invece che rafforzarla. Era l’epoca della retorica del declino economico, cavallo di battaglia delle analisi confindustriali, che motivava l’appello al paese da capo politico che guarda agli interessi generali e richiama “a fare squadra”. Ma sono gli stessi anni dell’attacco a Fazio, a Unipol, ai furbetti del quartierino, della difesa del controllo di Rcs e del risiko bancario. Non siamo i cultori delle dietrologie sui poteri forti, ma il vero nodo che poteva interessare l’universo confindustriale, e non solo quello di una componente, e cioè l’intreccio di interessi industriali nella gestione delle banche, non fu affrontato con altrettanta determinazione.
Si deve dare atto a Montezemolo che anche i rapporti con il governo Prodi, la cui vittoria contro Berlusconi non gli era stata sgradita, non sono stati idilliaci. Irritava Prodi non tanto l’azione di sprone a una corretta politica economica quanto l’impressione sempre presente che il presidente di Confindustria lavorasse al superamento del suo governo in direzione di ipotesi centriste. D’altra parte anche l’attivismo prodiano nel rafforzamento della sua rete di potere nell’economia non era gradito, come nella vicenda Telecom, al vertice della Confindustria. Ma la storia non è mai solo il frutto di oscuri complotti. E’ in ciò che accade alla luce del sole che è necessario cercare le ragioni delle svolte politiche e delle vittorie e sconfitte dei suoi protagonisti. E nell’ultimo decennio due fenomeni hanno caratterizzato l’economia italiana e il suo clima sociale: la scarsa crescita e l’aumento progressivo della disuguaglianza nella distribuzione del reddito. I due fenomeni sono connessi da legami di causalità. La scarsa crescita, in particolare della produttività media, frena la crescita dei salari. Ma la stagnazione dei redditi da lavoro, soprattutto dei redditi da lavoro dipendente rispetto agli altri redditi, pone dei gravi problemi per la crescita. E’ intorno a questo avvitamento recessivo che si innesta il problema fiscale da una parte e le paure e i pessimismi di fronte ai fenomeni della globalizzazione dall’altra. Va a onore della presidenza Montezemolo aver tenuto lontano la Confindustria dalle sirene del protezionismo e aver proclamato la sua fede nel libero commercio, nel valore della concorrenza e del mercato e nella liberalizzazione dei mercati e delle professioni. Ma sul piano più concreto, è riuscito a ottenere dal governo Prodi, più tradizionalmente, solo soldi, cioè riduzioni fiscali per le imprese a fronte di un aumento complessivo della pressione fiscale e della spesa pubblica. Tra riduzioni del cuneo fiscale (di cui non hanno beneficiato i lavoratori), dell’Irap e dell’Ires, i vantaggi fiscali per le imprese sono stati di quasi un punto di pil in due anni, mentre la pressione fiscale complessiva aumentava di due punti e mezzo. Chi ha pagato il conto?
Un successo solo apparente sul piano di legittimi interessi corporativi e per di più difficilmente spendibile per ottenere dal sindacato il via libera al mutamento del sistema contrattuale e per farne il compartecipe di una politica condivisa. E non è bastata come compensazione la sostanziale compiacenza confindustriale alla revisione peggiorativa della riforma delle pensioni. Un successo solo apparente perché l’esplosione della questione salariale è oggi un problema anche per il sistema delle imprese, tant’è che lo stesso Montezemolo, sul finale del mandato, si dichiara a favore di provvedimenti di riduzione fiscale anche a favore dei salari e una ulteriore riduzione del cuneo fiscale di cui possano beneficiare anche i lavoratori.
Si dirà che non si può imputare alla Confindustria una politica errata del governo, ma ha pesato su Luca di Montezemolo sempre quella maledetta impressione di proporsi non solo come rappresentante di legittimi interessi di parte ma come ispiratore di una politica per il paese con l’aspirazione a guidarne l’attuazione. Soltanto un’impressione certo, ma né Merloni né Pininfarina né D’Amato davano questa impressione. Al termine del mandato ha accusato, con argomenti anche in parte fondati, il sindacato del no, quindi principalmente la Cgil, affermando che i lavoratori sono più vicini agli imprenditori che ai sindacati. Forse è vero, ma di questo sembra averne beneficiato Berlusconi.
di Giovanni Tria
E’ possibile una riflessione equanime, non appiccicosa né pregiudiziale, sul quadriennio
di Luca di Montezemolo alla guida degli industriali? La sua storia confindustriale si svolge dentro il dibattito e il movimento degli ultimi anni sul partito borghese e sul terzismo. LCdM è stato uno dei terminali naturali del campo di forze generato dalla lunga transizione che in Italia ha investito la classe dirigente non solo politica. All’inizio per lui non c’era il progetto di diventare il portavoce di una classe dirigente borghese, se non l’implicito richiamo a una figura di ambasciatore carismatico (ancorché controverso) come Gianni Agnelli. Solo successivamente la sua presidenza è diventata più sensibile al tentativo di rappresentare interessi sociali più larghi di quelli dell’impresa.
In una prima fase, si trattava di uscire dal damatismo, dalla sua divisività e dall’ideologismo. Da questo punto di vista l’obiettivo di Montezemolo è centrato. Armonia, unanimità, risultati sul fronte fiscale con la rimodulazione di Ires, Irap e cuneo fiscale. A partire dalla questione fiscale, comincia a manifestarsi una tendenza generalista: dal 2005 Confindustria ha posto il problema del rapporto tra tasse pagate e servizi resi dallo stato, con un’impostazione apertamente contrattualista.
Nel rapporto con lo stato (e con la politica) ha cercato un ruolo di interlocutore sui temi dell’agenda economica, sulla riforma delle istituzioni, e delle regole di funzionamento. A parte l’aspetto legato all’immagine, alla mediatizzazione e alla popolarità, cementata dai successi con la Ferrari (il vero punto che lo ha reso sospettabile dalla classe dirigente politica), da un punto di vista simbolico, Montezemolo ha proposto una visione terzista, borghese, giavazziana della classe dirigente economica. Non solo l’immaginario dell’imprenditore che protesta per l’euro alto, ma un atteggiamento più pro global, disponibile verso l’internazionalizzazione, interprete di una classe imprenditoriale proiettata verso i mercati esteri.
E’ arrivato al vertice dell’organizzazione degli industriali con un profilo ibrido di manager d’impresa e di azionista di controllo di un fondo specializzato in prodotti di lusso. Ma gli avvenimenti hanno modificato la condizione iniziale. Sebbene un po’ per caso, si è trovato a essere presidente di Confindustria e contemporaneamente interprete di un ruolo nel capitalismo famigliare italiano. Non era nei piani, ma la guida di Confindustria ha coinciso con la presidenza della Fiat. Montezemolo, chiamato dagli azionisti di riferimento, vi è approdato poco dopo la nomina alla presidenza degli industriali, con la ovvia riluttanza delle circostanze (la Fiat veniva considerata sull’orlo del commissariamento di stato). Il doppio incarico è servito alla famiglia Agnelli a conservare un’identità forte e visibile di azionista, e al sistema confindustriale a sperimentare dopo molti anni il ritorno della grande impresa manifatturiera e del capitalismo famigliare ai vertici dell’associazione. Questo in tempi di dibattito sul ruolo del capitalismo finanziario in Italia ha avuto un certo significato. (Altro capitolo, ma molto complicato da decifrare, quello dei rapporti intercorsi tra Fiat, Confindustria, Montezemolo e Sergio Marchionne, il risanatore che ha riportato il fatturato di Torino a quasi il 4 per cento del nostro pil, più gli effetti sull’indotto).
Ci sono in generale due perplessità sulla stagione montezemoliana. La prima, molto dibattuta, riguarda il sindacato. Montezemolo ammette di non essere riuscito a condurre in porto la riforma della contrattazione.
La dialettica con i sindacati non è stata brillantissima (anche nei toni del suo ultimo intervento torinese contro il sindacato), ma la questione va vista riandando al 2001-2004.
LCdM ha ereditato un’associazione che giudicava burocratica e rotaristica, reduce dall’avventura dell’articolo 18. Non era lui, tradizionalmente amministratore di consensi, l’uomo da cui aspettarsi un altro strappo. Ha cercato di ricucire ritenendo che fosse necessario. Pace sindacale e pace interna. Lo stesso metodo che ha portato all’elezione unitaria di Emma Marcegaglia, alla quale toccherà la sfida di lasciare un segno nella storia delle relazioni industriali portando i sindacati a una riforma della loro funzione.
La seconda questione riguarda la politica. Per almeno metà del suo mandato, il futuro di Montezemolo è stato un tema giornalistico. Farà politica? Con chi? Curiosità subita e al tempo stesso da lui alimentata. In realtà l’interesse e le intermittenze politiche di LCdM – che riflettono una legittima ambizione personale – rientrano nella fitta trama che in questi anni ha legato la politica e le classi dirigenti economiche. Come è successo per Mario Monti, Mario Draghi, Domenico Siniscalco, Tommaso Padoa-Schioppa, Corrado Passera, con qualche differenza lo stesso Antonio D’Amato, anche Montezemolo è stato un pezzo del lungo ragionamento sulla leadership borghese e poi terzista, insoddisfatta dal berlusconismo e incerta sull’esperimento del Partito democratico. Alla fine non è nata una leadership, né una rappresentanza. E Montezemolo è stato l’ultimo tentativo del partito borghese.
di Luca di Montezemolo alla guida degli industriali? La sua storia confindustriale si svolge dentro il dibattito e il movimento degli ultimi anni sul partito borghese e sul terzismo. LCdM è stato uno dei terminali naturali del campo di forze generato dalla lunga transizione che in Italia ha investito la classe dirigente non solo politica. All’inizio per lui non c’era il progetto di diventare il portavoce di una classe dirigente borghese, se non l’implicito richiamo a una figura di ambasciatore carismatico (ancorché controverso) come Gianni Agnelli. Solo successivamente la sua presidenza è diventata più sensibile al tentativo di rappresentare interessi sociali più larghi di quelli dell’impresa.
In una prima fase, si trattava di uscire dal damatismo, dalla sua divisività e dall’ideologismo. Da questo punto di vista l’obiettivo di Montezemolo è centrato. Armonia, unanimità, risultati sul fronte fiscale con la rimodulazione di Ires, Irap e cuneo fiscale. A partire dalla questione fiscale, comincia a manifestarsi una tendenza generalista: dal 2005 Confindustria ha posto il problema del rapporto tra tasse pagate e servizi resi dallo stato, con un’impostazione apertamente contrattualista.
Nel rapporto con lo stato (e con la politica) ha cercato un ruolo di interlocutore sui temi dell’agenda economica, sulla riforma delle istituzioni, e delle regole di funzionamento. A parte l’aspetto legato all’immagine, alla mediatizzazione e alla popolarità, cementata dai successi con la Ferrari (il vero punto che lo ha reso sospettabile dalla classe dirigente politica), da un punto di vista simbolico, Montezemolo ha proposto una visione terzista, borghese, giavazziana della classe dirigente economica. Non solo l’immaginario dell’imprenditore che protesta per l’euro alto, ma un atteggiamento più pro global, disponibile verso l’internazionalizzazione, interprete di una classe imprenditoriale proiettata verso i mercati esteri.
E’ arrivato al vertice dell’organizzazione degli industriali con un profilo ibrido di manager d’impresa e di azionista di controllo di un fondo specializzato in prodotti di lusso. Ma gli avvenimenti hanno modificato la condizione iniziale. Sebbene un po’ per caso, si è trovato a essere presidente di Confindustria e contemporaneamente interprete di un ruolo nel capitalismo famigliare italiano. Non era nei piani, ma la guida di Confindustria ha coinciso con la presidenza della Fiat. Montezemolo, chiamato dagli azionisti di riferimento, vi è approdato poco dopo la nomina alla presidenza degli industriali, con la ovvia riluttanza delle circostanze (la Fiat veniva considerata sull’orlo del commissariamento di stato). Il doppio incarico è servito alla famiglia Agnelli a conservare un’identità forte e visibile di azionista, e al sistema confindustriale a sperimentare dopo molti anni il ritorno della grande impresa manifatturiera e del capitalismo famigliare ai vertici dell’associazione. Questo in tempi di dibattito sul ruolo del capitalismo finanziario in Italia ha avuto un certo significato. (Altro capitolo, ma molto complicato da decifrare, quello dei rapporti intercorsi tra Fiat, Confindustria, Montezemolo e Sergio Marchionne, il risanatore che ha riportato il fatturato di Torino a quasi il 4 per cento del nostro pil, più gli effetti sull’indotto).
Ci sono in generale due perplessità sulla stagione montezemoliana. La prima, molto dibattuta, riguarda il sindacato. Montezemolo ammette di non essere riuscito a condurre in porto la riforma della contrattazione.
La dialettica con i sindacati non è stata brillantissima (anche nei toni del suo ultimo intervento torinese contro il sindacato), ma la questione va vista riandando al 2001-2004.
LCdM ha ereditato un’associazione che giudicava burocratica e rotaristica, reduce dall’avventura dell’articolo 18. Non era lui, tradizionalmente amministratore di consensi, l’uomo da cui aspettarsi un altro strappo. Ha cercato di ricucire ritenendo che fosse necessario. Pace sindacale e pace interna. Lo stesso metodo che ha portato all’elezione unitaria di Emma Marcegaglia, alla quale toccherà la sfida di lasciare un segno nella storia delle relazioni industriali portando i sindacati a una riforma della loro funzione.
La seconda questione riguarda la politica. Per almeno metà del suo mandato, il futuro di Montezemolo è stato un tema giornalistico. Farà politica? Con chi? Curiosità subita e al tempo stesso da lui alimentata. In realtà l’interesse e le intermittenze politiche di LCdM – che riflettono una legittima ambizione personale – rientrano nella fitta trama che in questi anni ha legato la politica e le classi dirigenti economiche. Come è successo per Mario Monti, Mario Draghi, Domenico Siniscalco, Tommaso Padoa-Schioppa, Corrado Passera, con qualche differenza lo stesso Antonio D’Amato, anche Montezemolo è stato un pezzo del lungo ragionamento sulla leadership borghese e poi terzista, insoddisfatta dal berlusconismo e incerta sull’esperimento del Partito democratico. Alla fine non è nata una leadership, né una rappresentanza. E Montezemolo è stato l’ultimo tentativo del partito borghese.